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Per
una nuova animazione teatrale
di
Silvano Antonelli
Un
inizio
Il
Teatro Ragazzi è un mondo.
Come tutti i mondi è un "piccolo mondo".
Un piccolo mondo nato nelle periferie di grandi città
e in lontani paesini sperduti.
Un piccolo mondo fatto di bambini, insegnanti, giovani
sognatori (o "sogn-attori"), pupazzi, saloni
di quartiere, piazze, pomeriggi di doposcuola, teatri
parrocchiali, chitarre, viaggi in furgone, paraventi
di iuta, assessori alle prime armi, vinavil, riunioni
infinite, volantini c.i.p. (ciclostilati in proprio)
e un eccetera lungo anni.
Il big-bang di questo piccolo mondo era, come tutti
gli inizi, un momento magico.
Tutto era in (un) movimento.
Tutto si stava cercando: le poetiche, le grammatiche,
le identità, i significati, l'esperienza; e anche
gli equivoci.
Era frequente scambiare le stelle per pianeti e un riverbero
di luce sui propri occhiali per una galassia lontana.
Quando sei dentro ad un vortice non ti domandi quali
forze lo stiano provocando e quali sostenendo.
Semplicemente volteggi per aria e sbatti, più
o meno consapevolmente, di qua e di là.
Ogni tanto cogli una parola, fermi un gesto, incontri
qualcuno che pensa alle stesse cose da più tempo
e con più strumenti di te e, piano piano, ti
si forma dentro una mappa fatta di tanti sentieri grandi
e piccoli.
A volte guardi la mappa da un po' più lontano
e ti sembra quasi una teoria.
Fine della metafora (più o meno calzante).
Unidea di teatro
Io ho avuto la fortuna (continuo a ritenerla tale)
di essere stato partecipe di un'utopia che cercava di
farsi pratica.
Lidea che il teatro potesse nascere in rapporto
alla società nella quale viveva.
Per fare questo occorreva frequentarla questa società,
starci in contatto, cercare di capirne gli umori e trasformarli
in fatti teatrali.
Daltra parte come si fa a raccontare le piccole
e grandi leggende di un popolo che non si è mai
frequentato?
In questo caso, per altro, il "popolo" in
questione era quello dei bambini (e dei ragazzi) considerato
perlopiù naturale destinatario di operette didattiche
e morali.
Un popolo costituito da "spettatori perfetti"
che non concedevano attenuanti; o la cosa che gli stavi
proponendo piaceva o facevano altro (e tu pure).
Per altro i giovani sognatori del teatro ragazzi non
avevano "armi" di coercizione nei confronti
dei bambini; non erano genitori che potevano barattare
la disciplina con la promessa di un giro in giostra;
non erano insegnanti che potevano minacciare un brutto
voto; non erano una delle tante autorità pubbliche,
private o invisibili con le quali i bambini vengono
quotidianamente in contatto. Potevano solo cercare di
affascinarli. Potevano solo cercare i modi per emozionarli.
Quel grande agitarsi intorno al mondo bambino veniva
chiamato "animazione".
La parola magica capace di contenere in modo totemico
tutte le intenzioni e tutte le ambiguità.
Io appartenevo alla "tribù" che non
la scriveva mai se non abbinata allaggettivo "teatrale".
Io appartenevo a coloro che prendevano in considerazione
l"animazione" solo in quanto "propedeutica
al teatro".
Appartenevo a coloro che pensavano che allestire uno
spettacolo non fosse altro che la tappa di un percorso,
la sintesi provvisoria di un rapporto costante.
Questa "teoria" conteneva una naturale conseguenza;
quella che gli attori si formassero in rapporto ad un
destinatario.
Dei giovani attori
Attenzione, però, frequentare qualcuno non
significava solamente capire gli argomenti dei quali
gli interessava parlare ma anche i modi per farlo.
A mio avviso il dato centrale, magari implicito, dellipotesi
iniziale del teatro ragazzi era proprio questo: di fianco
ad una drammaturgia, a delle poetiche e a dei repertori
erano gli stessi attori che si andavano formando a partire
dal rapporto con i bambini.
Giovani sognatori che incidevano poco alla volta su
di sé un linguaggio teatrale possibile.
Non intendo dire che i bambini insegnassero agli attori
a camminare sui trampoli o a fare la voce in falsetto
ma che tutto il bagaglio teorico e tecnico che ognuno
si andava costruendo dovesse trovare la propria "registrazione"
e la propria ragione dessere nel momento in cui
entrava in comunicazione con i bambini attraverso lattività
di animazione teatrale.
Mi viene in mente una delle tante folgoranti sintesi
di Gian Renzo Morteo laddove dice che "lanimazione
che precede lallestimento di uno spettacolo"
sta allo "spettacolo" come la "contrattazione"
sta al "contratto".
Quanti attori in quellinizio del teatro ragazzi
si sono formati in uninfinita opera di "contrattazione"
con i bambini? Quasi tutti.
E il tipo di "contrattazione" che richiede
lattività di animazione teatrale non è
freddo esercizio ragionieristico.
Vedere centinaia di bambini con lobbiettivo di
"stare" teatralmente con loro e di trovare
modi di fare il teatro che entrino in comunicazione
con loro è operazione che incide profondamente
nellacerbità dellattore in formazione.
Non è solo una questione di tematiche o di testi
più o meno adatti al pubblico bambino; non si
tratta solo di sostituire il Principe di Danimarca con
Cappuccetto Rosso.
Quello che si scolpisce in un potenziale attore che
frequenta i bambini è altro.
Piano piano trova i suoi modi di far ridere o commuovere
"quel pubblico lì"; trova i gesti che
lo emozionano e quelli che lo spaventano; le parole
che colpiscono dritto al cuore e quelle che, per quel
pubblico lì, sono pura accademia; il modo di
far crescere unemozione e quello di scioglierla;
e così via.
Piano piano si forma una sensibilità, una capacità
di stare in mezzo a quel pubblico, di "sentirlo".
Una situazione del tutto analoga, gettando lo sguardo
su altri momenti della storia dello spettacolo, a quando
un aspirante macchiettista saliva sul palco di un varietà
di inizio 900 e sapeva che, per riuscire a terminare
il numero, doveva riuscire ad affascinare quel pubblico
lì.
Questa capacità, questa attitudine coltivata,
penso sia stato il vero "prodotto" che il
teatro ragazzi ha venduto, più delle "opere"
che ha allestito.
Anche le "opere", comunque, con la loro acerbità,
la loro ruvidezza, le loro tante imperfezioni formali
cercavano "il vero"; miravano a farsi carico
degli umori di quella contemporaneità bambina.
O, se mi si permette, a parlare della società
a partire dai ragazzi.
Basterebbe fare una ricognizione delle tematiche su
cui si incentravano gli spettacoli dei primi anni.
I maestri
Sarebbe ingiusto e supponente pensare che tutto questo
avvenisse nel vuoto pneumatico.
Cerano piccoli e grandi Maestri che accompagnavano
questo agire dandogli senso e prospettiva.
Per la mia tribù (e per alcune delle sue diaspore)
essi portavano il nome di Gian Renzo Morteo e di Giovanni
Moretti.
Di questo spirito e di questa ipotesi penso che ben
poco sia rimasto.
Io penso che gran parte della dibattuta crisi del teatro
ragazzi tragga origine da questo.
Unipotesi sulla presunta crisi
Naturalmente non comprendo fino in fondo quale sia
stata levoluzione che ha portato alla situazione
attuale.
Posso solo raccontare quello che mi è parso di
vedere e fare delle ipotesi.
Tralascio unanalisi generale sullevoluzione
della società nel suo complesso; naturalmente
centra (e anche molto) con questo capitoletto,
ma il Bauman della "modernità liquida"
ha più titoli di me per dissertarne. Resto nel
territorio del teatro. Ho visto che, come sempre, il
big bang degli albori ha lasciato il posto a compagnie
teatrali più organizzate in cui qualcuno si è
messo a far di conto e altri a recitare.
Non penso sia un male specializzarsi; spesso è
una necessità insita nel processo di crescita
di una struttura.
Quello che penso sia pericoloso è quando si perde
il senso del quadro nel quale si è inseriti;
quando si confonde "il prodotto" con "il
processo" necessario a produrlo e a venderlo.
Non sembri blasfemo ma autorevoli studiosi di marketing
avvertono che chi lavora in strutture organizzate in
modo funzionale tende a perdere di vista il cliente.
Si faccia la tara sulla crudezza della terminologia
e la si traduca in vocaboli più appropriati ma
la sostanza non cambia: chi, in una struttura lavorativa
minimamente complessa, è accoccolato nel proprio
ruolo o funzione pensa che solo questa abbia importanza
e si scorda in quale quadro e in quale azione complessiva
è inserita.
Nel teatro ragazzi mi sembra sia avvenuta un po
questa cosa.
Con una aggravante rispetto allasettico marketing
applicabile a qualsivoglia prodotto e cioè che
il teatro ragazzi non è nato "nel mondo
della produzione" ma in quello "della società".
E stato prima di tutto un movimento di persone
e di idee che rivendicavano spazio, diritto di cittadinanza.
Ogni volta che un movimento diventa istituzione mi sembra
corra sempre gli stessi rischi e commetta sempre gli
stessi errori; nel teatro come nella politica e nelle
altre esperienze umane.
Ma il teatro, penso, per sue specificità questi
errori se li può permettere meno di altri, pena
il perdere la parte più preziosa di sé,
quella per la quale ha un valore.
Sarebbe come se per organizzare meglio la produzione
della Nutella, senza accorgersene, piano piano si eliminassero
le nocciole e il cacao.
Se mi si passa un altro esempio lattore di teatro
ragazzi è nato come fosse un contadino-artigiano
che svolgeva tutte le funzioni: dissodava la terra,
piantava i semi, li irrigava, li sorvegliava, li guardava
crescere, li difendeva dal caldo e dal freddo, raccoglieva
i frutti, li caricava su un carretto, andava al mercato,
montava un banchetto, esponeva i frutti, li vendeva
e, quando i clienti tornavano, chiedeva loro se gli
erano piaciuti oppure no, per meglio sapere come comportarsi
lanno successivo.
Ma, poi, si sa come vanno le cose.
Se uno ci ragiona un po su capisce che ci si può
dividere i compiti: chi si occupa del campo perché
deve anche andare al mercato? Se resta sempre nel campo
può produrre più frutti.
E chi conta i soldi della vendita perché mai
dovrebbe irrigare?
E ancora: ma non è più comodo costruire
un supermercato invece che montare e smontare il banchetto
tutti i giorni?
E il trasporto dei frutti non lo si può affidare
ad altri?
Tutto legittimo, sintende, e anche utile a patto
che i tanti piccoli scollamenti che destrutturano un
gesto che aveva la sua originaria ragion dessere
nellartigianato,
cioè nellessere "un insieme di azioni
che compongono una sola azione", non arrivi al
paradosso che chi vende i frutti al supermercato pensi
che questi nascano sugli scaffali.
Pensare che il teatro nasca sugli "scaffali del
teatro" penso sia grave, perché il laminato
plastico non può accogliere vita, non può
farla crescere nel suo seno (come fa la terra). Al massimo
può esporla, valorizzarne lestetica e altre
operazioni accessorie.
La terra del teatro
Il teatro penso debba continuare a nascere nella
terra e la terra del teatro è la società.
Il teatro ragazzi penso debba continuare a nascere nella
propria terra, in quella porzione di società
che sono i bambini.
Questo tanto più considerando che ci sono alcune
complicazioni al ragionamento, rispetto allesempio
del contadino.
Nel teatro il contadino e il frutto tendono ad essere
la stessa cosa e anche il momento del consumo è
condiviso tra attori e pubblico.
Gli attori-contadini-frutti non possono pensare di nascere
e svilupparsi sugli scaffali del teatro ma devono vivere
nella terra e, poi, esibirsi sugli scaffali.
La terra è lunico elemento che li può
nutrire e formare, lunico elemento che può
fare la differenza dallomogeneizzazione del gusto
tipica dei laboratori industriali di produzione alimentare,
dove le caramelle alla fragola non hanno nulla in comune
con le fragole.
Mi sembra che il teatro ragazzi abbia progressivamente
sempre più rinunciato a questa grande scommessa
insita nellanimazione teatrale e molti attori
rischino di essere sempre meno "coltivatori di
teatro" e sempre più "commesse del
supermercato del teatro".
Anzi, nelle gerarchie di attenzione pubblica il teatro
ragazzi è sicuramente il "discount".
Sono personalmente convinto che questo stia decretando
(se già non lha fatto) la morte di un teatro
ragazzi che era stato salutato come elemento di grande
innovazione del panorama del teatro italiano.
La deriva attuale, nella migliore delle ipotesi, può
produrre bellissimi frutti di plastica (immangiabili),
confezionati in scatole meravigliose, esposti su luccicanti
scaffali, illuminati da luci della giusta gradazione
(per farli sembrare veri) e venduti in supermercati
sfolgoranti.
Ma dove sta la vita?
Dove sta la capacità di rappresentare la vita?
Ma soprattutto mi domando (senza alcuna nostalgia) tutto
ciò non è sciocco e controproducente?
Un aneddoto
Un giorno di qualche anno fa, in uno di quegli sperduti
alberghi che frequentano coloro che fanno teatro mi
stavo preparando a farmi la barba.
Mi sono sistemato davanti allo specchio e non riuscivo
a vedere il mio volto riflesso.
La lampada snodabile posta a fianco, sul muro, era rivolta
verso lo specchio.
Lho girata verso di me e ho finalmente visto la
mia immagine riflessa nello specchio.
Verità banale. Per vedere la vita riflessa nello
specchio bisogna illuminare la vita, non lo specchio.
Tralascio le analogie.
Un problema di cervicale
Ho riflettuto negli ultimi anni sui giovani che,
lavorativamente, mi è capitato di incontrare.
Intendo giovani in quanto potenziali giovani attori
oppure interessati al teatro per corso di studi.
Mi è sembrato di intravvedere in loro un inizio
di problema alle vertebre cervicali.
La loro testa (teatralmente parlando) si gira a guardare
solo in due direzioni.
Da un lato girano lo sguardo verso il teatro di sperimentazione.
Dallaltro guardano il cabaret televisivo. Di questultimo
alcuni un poco si vergognano ma il loro gusto ne risulta
forgiato.
Pochissimi, quasi nessuno, abbassa lo sguardo verso
quegli esseri alti intorno al metro (a volte meno, a
volte più) che si chiamano bambini.
Li danno per scontati, per loro odorano di latte e di
borotalco.
Quando si guarda distrattamente sfuggono molte cose.
Non ho mai "amato" i bambini nel senso bamboleggiante
del termine ma mi ha sempre affascinato la loro straordinaria
capacità di giungere al dunque in un soffio.
E il dunque è sempre qualcosa di straordinariamente
grande, importante per tutti.
Mi ha sempre affascinato la loro capacità di
intuire la perfezione quasi avessero, per ragioni anagrafiche,
un ricordo più nitido di un paradiso perduto.
Mi ha sempre affascinato la loro straordinaria capacità
di vivere lunico tempo che ci è dato da
vivere: il presente; ho fatto spettacolo per bambini
ricoverati in reparti oncologici che, pieni di tubi
e tubicini, giocavano e ridevano con tutta la vita di
cui disponevano.
I bambini mi sono sempre sembrati degli straordinari
compagni di teatro, degli straordinari compagni di viaggio.
Più erano piccoli più si andava allessenziale.
Coi bambini del nido, finalmente, si poteva parlare
di filosofia.
Piccoli orti di periferia
Le tribù molto spesso si disperdono e coloro
che ne fanno parte non vivono in mondi separati da quello
che li circonda.
A forza di parlare anche le parole si consumano e quelle
misteriose e plurivalenti del teatro prima di altre.
La forza centripeta dellomologazione pervade ogni
cosa: i semi di soia, i mobili in serie, le scarpe a
punta e anche il teatro ragazzi.
È così. È fatale. Non è
bene e non è male. Non cè neanche
un colpevole.
Nonostante tutto, sui bordi delle città, lungo
impervie scarpate, di fianco ai binari di treni che
corrono veloci, cè sempre qualcuno che
per qualche oscuro motivo "resiste" e, invece
di comprare i pomodori al supermercato li coltiva lì,
tra il piombo, la terra e il cielo.
Non sempre sono gesti consapevoli, spesso sono portati
della memoria, condizioni di necessità, incapacità
ad adattarsi e a rinunciare a tratti della propria identità
profonda.
Spesso quando qualcuno assaggia quei pomodori ti dice
che sono diversi da quelli del supermercato ma, a volte,
pure lui che ha poco tempo per pensare decide che il
supermercato è più comodo.
Negli anni il supermercato del teatro ha convertito
alla comodità anche molti insegnanti. Quelli
che un tempo sceglievano uno spettacolo perché
conoscevano il lavoro della Compagnia che lo produceva
hanno lasciato il posto a quelli che lo sceglievano
leggendo la scheda di presentazione; i quali hanno lasciato
il posto a quelli che scelgono leggendo il titolo; i
quali hanno lasciato il posto a quelli che il titolo
lhanno solo sentito; i quali hanno lasciato il
posto a quelli che vanno a teatro e chiedono come si
intitoli lo spettacolo che stanno per vedere.
E tu, che eri occupato a coltivare il tuo pomodoro,
figurati se avevi il tempo di dargli un nome accattivante,
palatabile.
Io penso che lOsservatorio dellImmaginario
e la Compagnia Teatrale Stilema-Unoteatro dalla quale
deriva siano sempre stati un piccolo orto di periferia.
Un sogno
Ci sono momenti nello sviluppo di un progetto e
nella vita di una Compagnia Teatrale in cui si pongono
problemi di direzione. A volte sono le condizioni dellambiente
esterno a richiederlo, a volte i dati anagrafici, a
volte i sogni e la memoria che ti porti dentro.
Il sogno contenuto in queste pagine parte da una considerazione
traducibile in una domanda: perché, invece di
assistere accoccolati nelle nostre provvisorie sicurezze,
alla definitiva fine di un certo modo di intendere il
teatro ragazzi non proviamo a condividere con persone
più giovani un metodo che consente di produrre
certi particolari pomodori a rischio di estinzione?
Si trattasse di cibo si parlerebbe di tutela della biodiversità.
Non sono così ingenuo da pensare che si possa
ricreare "in vitro" una storia che si è
sviluppata per motivi che vanno ben al di là
del teatro. Sono altresì convinto che sia possibile,
nelle mutate condizioni storiche, provare a condividere
un metodo.
E il metodo dellanimazione teatrale, mi si consenta
(anche se non sono uno storico), non mi sembra sia molto
dissimile da quello che nei tempi si è spesso
riproposto: qualcuno che cercava di interpretare la
società attraverso il teatro.
Un presidio per il teatro ragazzi
Continuando limperfetta analogia tra il cibo
e il teatro è un po come immaginare di
tutelare una biodiversità.
Ma come farlo?
Il teatro è fatto di persone e di relazioni.
Bisogna trovare le une, attivare le altre.
Penso che il teatro ragazzi debba dotarsi di un nuovo
sogno che è quello di ripartire attraverso la
rifondazione della formazione degli attori che aspirano
a farne parte.
Penso che occorra riprendere un metodo che era il vero
cacao e le vere nocciole del teatro ragazzi e provare
a giocarselo adesso con giovani di oggi, giovani con
altre sensibilità e, quindi, potenzialmente con
altre poetiche e con altre visioni del mondo.
Penso che chi possiede il metodo e ancora ha la forza
e un numero ragionevole di anni di lavoro dinanzi a
sè, debba condurre questo esperimento di nuova
fondazione sotto forma di un patto tra generazioni di
attori; tra chi in anni lontani ha cominciato questa
avventura e chi la vuole iniziare ora.
Nella consapevolezza delle mutate condizioni storiche.
Il patto, come dicevo, si basa sul metodo dellanimazione
teatrale.
Solo ricominciando a formare attori che crescano in
rapporto al proprio pubblico (e che vogliano farlo)
si può sperare di avere in futuro dei nuovi creatori
di teatro, dei nuovi attori-artigiani del teatro. Attori-frutti
capaci di crescere nella terra della società
bambina contemporanea e, anche per ragioni anagrafiche,
di interpretarne la contemporaneità.
Se non ci si dà una prospettiva simile a questa,
il teatro ragazzi che abbiamo conosciuto e amato finirà
con il finire di coloro che ne sono stati interpreti.
È un orizzonte possibile, tutte le epoche contengono
le loro parabole. Ma occorre, tra chi è preposto
a progettare, capire quale prospettiva ci si dà,
perché non si compiano sforzi inutili o comunque
non si resti delusi quando nel confezionare uno spettacolo
non si sente sprigionare il profumo di nocciole e cacao
che faceva la differenza.
"Uno" e "Una"
Nellintento di inseguire questo sogno abbiamo
costituito un gruppetto di "esploratori",
dandogli il compito di fare una ricognizione dellinfanzia
contemporanea.
Lidea era quella di andare "semplicemente"
ad osservare i bambini nei luoghi in cui vivono e cercare
di individuare le tracce dinfanzia contemporanea
che lasciavano al loro passaggio.
Lobbiettivo che ci si era dati era quello di trasformare
i tanti bambini e bambine che vengono a contatto con
lOsservatorio dellImmaginario in due personaggi
(teatrali innanzitutto). Cercare di abbozzare due "maschere"
dei bambini contemporanei: un maschio e una femmina.
Specie di Bambini-sensori che si nutrono delle visioni
di tutti i bambini che realmente vengono frequentati
attraverso lOsservatorio.
Il nome che, per ora, abbiamo dato loro è "Uno"
e "Una"
Due bambini "qualsiasi", appunto.
Naturalmente in questa bizzarra ricognizione non cera
nessun intento di esaustività e nessun sociologismo
fai-da-te.
Al teatro basta annusare laria, percepire degli
umori, delle tendenze, catalogare aneddoti significativi.
Il gruppetto era formato da Andrea Porcheddu, Giorgia
Marino, Silvia Carbotti, Laura Basile e Raffaella Garelli,
oltre che dal sottoscritto.
I luoghi dinfanzia esplorati erano la Piscina
Torrazza, il Centro Ricerca Danza, lIperCoop Centro
Commerciale Dora, la ludoteca Serendipity, i punti gioco
dellOspedale Infantile Regina Margherita e dellOspedale
Martini e la Scuola Elementare Nino Costa.
Per ognuno dei luoghi si trattava di inventare un motivo
credibile per il quale un drappello più o meno
nutrito di persone fosse lì. Alcuni brevi accenni
a quanto accaduto possono suggerire il senso di questo
nostro agire.
Uno dei luoghi più ostici era naturalmente la
piscina. Come si giustificavano sette persone in mezzo
ai corsi di nuoto?
Abbiamo pensato di risolverla così: io e Andrea
eravamo un ingegnere e un geometra che facevano un sopralluogo
per ristrutturare la piscina. In cappotto e valigetta
ventiquattrore ci aggiravamo per il locale immaginando
di spostare muri, ridipingere pareti e quantaltro;
Silvia e Laura fingevano di non conoscerci e di essere
due nuove istruttrici al primo giorno di attività;
Raffaella e Giorgia dovevano fare linventario
degli oggetti presenti nello spazio (per la successiva
ristrutturazione).
La ricognizione è durata circa unora e,
come daccordo, ad un certo punto abbiamo osato
di più. Io ho preso dalla valigetta un improbabile
misuratore di profondità dellacqua della
piscina (una papera gialla legata ad una filo) e con
grande serietà ho chiesto ai bambini nellacqua
di condurla con la tavoletta di galleggiamento nel punto
che intendevo misurare. I bambini, con grande serietà,
hanno eseguito.
Nel frattempo noi cercavamo di carpire quante più
tracce possibili: cosa piaceva loro dello stare lì?
Come avrebbero dipinto le pareti della piscina? E che
dire del defilée di accappatoi a sottolineare,
pur nellessenzialità degli indumenti a
disposizione, lambiente sociale di provenienza?
Nella scuola di danza, io fingevo di essere un genitore
che riportava, dopo tanti anni, sua figlia (Laura) a
prendere lezioni di danza.
Dopo un po dicevo che avrei mostrato io a mia
figlia come si faceva danza e mi inserivo nel gruppo,
tendenzialmente sbagliando tutte le consegne dellinsegnante.
Nel primo gruppo (bambini di sei/sette anni) mi guardavano
tra il divertito e lo stralunato. Allennesimo
mio errore un bambino che era alto la metà di
me si è girato a guardarmi e ha esclamato "Ma
sei piccolo!". Quasi che "piccolo" fosse
una condizione dello spirito.
Nel secondo gruppo (ragazzine di nove/dieci anni) sembrava
creare fastidio uno fuori dagli schemi. Per alcune delle
piccole etoile sembrava quasi stessi ritardando il loro
approdo sul palco della Scala:
In Ospedale avevo costruito un improbabile apparecchiatura
per la trasfusione di pensieri. Andavamo vicino ai singoli
letti e applicavamo lapparecchio alla testa dei
bambini degenti. Lapparecchio veniva poi collegato
ad una delle animatrici o delle persone presenti nella
stanza. Naturalmente nessuno indovinava mai i pensieri
del bambino e così lui, per verificare, ci diceva
il pensiero che aveva fatto.
A dire la verità un papà che assisteva
la figlia degente ha indovinato ben due pensieri, tra
lo stupore generale.
Al supermercato, ad esempio, ci siamo sparsi tra le
corsie dandoci unora di tempo per riportare il
maggior numero di aneddoti sul rapporto bambini-genitori-supermercato-consumo.
Naturalmente il loro elenco sarebbe lungo, a partire
dalla catalogazione dei modi per mettere uno o più
figli in un carrello fino ad arrivare alle più
raffinate strategie per indurre i genitori a girare
lo sguardo verso loggetto del desiderio.
In mezzo a ciò una scena dissonante: madre e
figlia straniere, forse sudamericane. La bambina aveva
non più di sette anni. Grandissima compostezza.
Grandissima "dignità". La mamma e la
bambina sono ferme di fronte ad un appendiabiti da cui
pendono delle camicette da pochi euro. Parlano a lungo
considerando (anche la bambina) se valga la pena di
affrontare la spesa. Toccano la stoffa (anche la bambina),
riguardano più volte il cartellino del prezzo,
ecc.
I bambini sono spesso i primi sensori di mondi futuri
e di mondi possibili.
Dopo ogni "incursione" tra "esploratori"
ci si scambiava a caldo le impressioni.
Strada facendo ha cominciato ad affiorare in me lidea
che, di fianco al valore delle cose osservate, avesse
pari valore la qualità e la diversità
degli occhi che guardavano; occhi diversi che coglievano
particolari diversi.
Un "Ecosistema Teatro Ragazzi"
A questo punto si trattava di gettare un ponte verso
dei giovani aspiranti attori coi quali condividere un
metodo a partire da queste prime suggestioni.
In pratica coinvolgerli nellallestimento della
prima "avventura" teatrale di "Uno"
e "Una".
Ho detto "condividere" e non "insegnare".
La pratica dellanimazione teatrale è una
bottega sempre in funzione. Ti metti lì e cerchi
di capire come si fa. Qualche tecnica la puoi anche
apprendere ma non può mai essere scollegata dal
fare con i bambini.
Ma qui, in più, cè lidea di
un "patto" tra generazioni di attori.
Un patto che io non penso si possa tradurre in un generico
"largo ai giovani".
Non credo a questo slogan. Non ci ho mai creduto.
Ho visto molti giovani del teatro ragazzi farsi molto
male salendo su una giostra che andava troppo veloce
e della quale non conoscevano lubicazione dei
mancorrenti per reggersi.
La mia generazione rischiava meno. Si trattava di inventare
tutto, compresa la giostra.
Salivi prima sullanello che andava ai cinque allora
e, poco alla volta, arrivavi allanello dei cento
allora ma, più o meno, dopo avere imparato
a reggerti in piedi. Oggi non è più così.
E allora penso che il generico "dare spazio ai
giovani" vada tradotto nellidea di "mettere
a dimora giovani attoralità" che abbiano
voglia di provarsi nel difficile mondo del teatro ragazzi.
Sono consapevole delle mutate condizioni storiche ma
proprio per questo occorre, a partire dallesperienza
maturata, costruire le condizioni perché il teatro
ragazzi possa riprodursi in questa epoca e in queste
condizioni.
Lidea che certe coltivazioni che si erano andate
perdendo costituisse un patrimonio storico ha fatto
si che siano stati pensati i "presìdi alimentari"
andando a reintrodurle.
Attorno a queste nuove produzioni di nicchia sono andate
costruendosi attività anche di una certa importanza,
che hanno dato nuova diffusione a prodotti che erano
pressoché scomparsi.
Ma per reintrodurre coltivazioni occorre creare le condizioni
perché i semi possano attecchire, vivere e riprodursi;
non gettarli in terreni qualsiasi, con gesti qualsiasi
e stare sempre attenti quando si trattano semi ibridi,
nati in laboratorio e che fruttificano indifferentemente
su qualsiasi terreno.
Per questo penso occorra mettere al centro del proprio
interesse l"ecosistema" col quale si
ha a che fare, capirne le modificazioni storiche, agire
di conseguenza, introdurre i correttivi ecc.
Occuparsi del futuro del teatro ragazzi penso non voglia
solo dire allestire degli spettacoli belli (sempre che
in teatro questa categoria abbia senso di esistere)
ma occuparsi dellecosistema che lo contraddistingue.
Senza tenere presenti i tanti elementi che compongono
un ecosistema è difficile che i semi possano
svilupparsi.
E lecosistema del teatro ragazzi penso debba essere
fatto ancora e sempre di bambini, di genitori, di insegnanti,
di sguardi sul mondo, di cenacoli di idee, di tanto
altro che dia alle sale prova e ai palchi dei grandi
teatri conquistati in questi anni e con merito dal Teatro
Ragazzi un senso profondo al loro esistere.
Tanto più nel teatro, dove i semi il più
delle volte si chiamano "attori".
Occorre pensare al teatro ragazzi come un "Ambiente
culturale".
Questa è lutopia e la scommessa del progetto
"Uno" e "Una".
Abbiamo diffuso la voce e ci hanno contattato una trentina
di giovani (io, sinceramente, pensavo non rispondesse
nessuno) e ne abbiamo, dolorosamente scelti sette. Abbiamo
cominciato a parlarci e a frequentare bambini.
Non so dove questo ci porterà. Non so se produrrà
più o meno dei frutti.
Ma so che questo ci interessa fare.
Sono convinto che senza una nuova stagione di animazione
teatrale una certa idea di teatro ragazzi (che è
stata matrice di quasi tutto il teatro ragazzi contemporaneo)
scomparirà per sempre da questo piccolo universo
come un invisibile buco nero.
Novembre 2006
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